Il profilo di Jacopo Perfetti è interessante perché sta in un punto preciso del mercato dei contenuti: non parla di media da osservatore esterno, ma da chi lavora su creatività, formazione e intelligenza artificiale generativa. Per capirlo bene bisogna guardare al suo percorso, ai progetti che ha costruito e al modo in cui interpreta il giornalismo quando l’AI entra nella filiera editoriale.
I punti che chiariscono subito il suo profilo professionale
- Non è una figura da leggere come giornalista tradizionale, ma come imprenditore, autore e docente che lavora sui contenuti e sull’IA.
- Il suo percorso parte dal digitale tecnico e passa poi per creatività, marketing e innovazione.
- I progetti più utili da conoscere sono Prompt Design e Youpiter, perché mostrano il suo approccio pratico alla formazione.
- Nel dibattito su media e giornalismo insiste su un punto semplice: l’AI accelera il lavoro, ma non sostituisce il giudizio editoriale.
- Per chi lavora in redazione, il suo profilo vale soprattutto come caso di studio su metodo, competenze e uso consapevole degli strumenti.
Chi è davvero e perché interessa a chi lavora nei media
Se devo sintetizzare il suo profilo in modo utile, direi questo: è una figura che unisce imprenditoria, didattica e cultura dei contenuti, con un’attenzione costante all’impatto dell’IA generativa. Sul suo sito ufficiale racconta di aver iniziato nel 1998 come programmatore, per poi attraversare mondi diversi come arte, creatività e marketing. Questa traiettoria conta, perché spiega il tono del suo intervento pubblico: non teorico, ma orientato ai processi.
Per chi si occupa di giornalismo e media, il punto non è etichettarlo come “uno del settore” in senso stretto. Io lo leggerei piuttosto come un professionista che osserva la produzione dei contenuti da dentro la trasformazione digitale. È proprio qui che il suo profilo diventa utile: aiuta a capire come cambiano le competenze quando scrittura, distribuzione, automazione e verifica entrano nella stessa conversazione.
In altre parole, non offre solo un racconto personale. Offre un modo di leggere il presente dei media: meno centrato sul singolo strumento, più attento a mentalità, workflow e qualità finale. Da qui si capisce anche perché venga citato spesso quando si parla di creatività assistita dall’AI e di nuove professionalità editoriali.
Il percorso che spiega il suo posizionamento
Il suo percorso non è lineare, e proprio per questo è interessante. Il passaggio dal codice alla creatività, e poi alla generative AI, mostra una scelta precisa: seguire le tecnologie che cambiano il modo di produrre contenuti, non limitarsi a commentarle. Questo rende il suo profilo leggibile anche per chi cerca riferimenti nel mondo dei media, perché il settore editoriale vive la stessa tensione tra innovazione e controllo della qualità.
| Fase | Cosa indica | Perché è rilevante per i media |
|---|---|---|
| 1998, programmazione | Competenza tecnica di base e familiarità con il digitale | Mostra che il suo approccio nasce dentro la tecnologia, non solo nei contenuti |
| Passaggio a arte, creatività e marketing | Visione più ampia sulla comunicazione | Aiuta a capire come un contenuto diventa prodotto, format e relazione con il pubblico |
| Dal 2019, focus sull’IA generativa | Specializzazione sul nuovo strato tecnologico della creazione | Intercetta il punto in cui i media stanno ridefinendo scrittura, editing e sviluppo idee |
| Formazione e consulenza | Traduzione pratica delle competenze | È il ponte più utile per redazioni, creator e team editoriali che devono aggiornarsi davvero |
La cosa che mi sembra più solida è questa: il suo profilo non si regge su un solo titolo, ma su una sequenza di passaggi coerenti. E questa continuità, nei media, vale spesso più di un posizionamento brillante ma isolato. Da qui conviene spostarsi sui progetti concreti, perché sono quelli che mostrano davvero come lavora.

I progetti che rendono concreto il profilo
Quando si guarda a un professionista di questo tipo, io parto sempre dai progetti. Nel suo caso, i nomi da tenere presenti sono soprattutto Prompt Design e Youpiter. Il primo è un lavoro sulla progettazione delle richieste ai modelli generativi, quindi su una competenza che oggi vale tanto per il marketing quanto per le redazioni. Il secondo è una piattaforma di micro-corsi pensata per rendere l’apprendimento più pratico e meno astratto.
Prompt Design è particolarmente interessante per chi lavora nei media perché sposta il focus da “usare l’AI” a scrivere istruzioni migliori, più chiare e più utili. In una redazione, questo equivale a migliorare brief, bozze, varianti di titolo, sintesi, angle e prime stesure, ma senza saltare il passaggio cruciale del controllo umano. Sul suo sito segnala anche un dato concreto: il corso è stato seguito da più di 3.500 studenti e da varie aziende, un segnale che non si tratta di un esperimento marginale ma di un formato con domanda reale.
Il valore di Youpiter è diverso ma complementare. Qui il punto non è soltanto trasmettere nozioni, bensì costruire un modello di apprendimento breve, modulare e orientato all’uso. Questa logica, nei media, funziona molto bene perché i team editoriali hanno poco tempo e hanno bisogno di aggiornarsi senza fermare la produzione. Io ci vedo una lezione semplice: formazione utile non significa formazione lunga, significa formazione che si traduce in lavoro migliore.
- Prompt Design mostra come l’AI possa diventare una competenza editoriale, non solo tecnica.
- Youpiter suggerisce che l’aggiornamento professionale deve essere rapido, segmentato e immediatamente applicabile.
- Entrambi i progetti confermano un approccio molto pratico: meno slogan, più metodo.
Questa concretezza è importante, perché nel settore media il rischio più comune è confondere entusiasmo per innovazione e reale capacità di integrazione nei processi. Il passaggio successivo è allora capire quale idea di giornalismo emerge dal suo discorso pubblico.
La sua idea di giornalismo nell’era dell’IA
Il punto più chiaro del suo discorso, almeno per come lo interpreto io, è che l’AI non elimina la responsabilità editoriale. La accelera, la complica e la rende più visibile. In un suo intervento pubblico ha ribadito che il giornalista del futuro dovrà difendere la qualità dei contenuti: è una frase semplice, ma contiene un cambio di paradigma importante. Non basta saper produrre testo; bisogna saper scegliere, verificare e mettere ordine.
Questa posizione mi sembra molto più utile di tante letture estreme sul rapporto tra AI e media. Da una parte non c’è il culto ingenuo del tool, dall’altra non c’è il rifiuto difensivo della tecnologia. Il messaggio, in sostanza, è che i sistemi generativi vanno usati per ampliare la capacità di lavoro, non per abbassare l’asticella della qualità. È una distinzione decisiva, perché nei contenuti la velocità senza controllo produce rumore, non valore.
Per chi scrive, edita o coordina contenuti, questa impostazione porta almeno tre conseguenze pratiche:
- L’AI può aiutare a esplorare alternative, ma la scelta finale resta umana.
- La verifica delle informazioni diventa ancora più importante, non meno.
- Il vantaggio competitivo non sta nel generare più testo, ma nel produrre contenuti più affidabili e più pertinenti.
È qui che il suo profilo dialoga davvero con il giornalismo: non nella promessa di automatizzare tutto, ma nella difesa di un lavoro editoriale più consapevole. E proprio per questo la domanda utile non è solo “chi è”, ma “cosa ci dice sul lavoro nei media”.
Come leggere il suo profilo se lavori con contenuti e media
Secondo la scheda di SDA Bocconi, il suo lavoro si concentra su imprenditoria, innovazione dei modelli di business, trasformazione digitale e impatto dell’IA generativa sulle organizzazioni. Per me questa è la chiave migliore per leggere il suo ruolo: non come semplice divulgatore, ma come professionista che cerca di tradurre una trasformazione tecnologica in organizzazione concreta.
Se lavori in redazione, in un team di content marketing o in un ambiente editoriale ibrido, il suo profilo suggerisce alcuni criteri molto pratici. Li riassumo così:
| Principio | Applicazione concreta | Errore da evitare |
|---|---|---|
| Usare l’AI come supporto | Ideazione, sintesi, varianti di output, test rapidi | Delegare alla macchina il giudizio editoriale |
| Progettare il prompt | Scrivere richieste chiare, con vincoli, tono e obiettivi | Trattare il prompt come una semplice frase casuale |
| Difendere la qualità | Verifica, fact-checking, coerenza stilistica, revisione finale | Confondere velocità con affidabilità |
| Formarsi in modo continuo | Micro-learning, aggiornamenti brevi, test sul campo | Aspettare il corso “definitivo” che risolva tutto |
Il vantaggio di questo approccio è che non richiede rivoluzioni teoriche. Richiede disciplina. E nei media, la disciplina operativa pesa spesso più dell’innovazione dichiarata. Per questo, nel 2026, il profilo di Jacopo Perfetti resta utile soprattutto a chi vuole capire come si lavora davvero quando creatività, automazione e responsabilità convivono nello stesso flusso.
La lezione più utile per chi produce contenuti nel 2026
La parte che porto via dal suo percorso è piuttosto netta: i media non hanno bisogno di più rumore sull’AI, hanno bisogno di professionisti capaci di trasformarla in metodo. Chi sa fare domande migliori, strutturare meglio un briefing, verificare più velocemente e mantenere alta la qualità del testo ha già un vantaggio reale. È qui che il profilo di Jacopo Perfetti diventa interessante anche per chi non lo segue per curiosità biografica, ma per orientarsi dentro il cambiamento.
Se devo darti una lettura sintetica, la mia è questa: il suo lavoro mostra che il futuro dei contenuti non dipende da un singolo strumento, ma dalla capacità di integrare competenze diverse senza perdere criterio. Per chi opera tra giornalismo, comunicazione digitale e media, questa è probabilmente la lezione più utile da tenere a mente oggi.